Sono io il Godo’?! ...
Il cielo è azzurro, un pallido azzurro invernale. L'unica
nuvola, molto lontana, da qualche parte al riparo del cielo, ti ricorda
l'espressione: Il lupo che è separato dal gregge viene mangiato dalle pecore,
(lo pronuncia così, senza preoccuparsi delle possibili risatine di qualcuno che
ascolta e borbotta, forse incerto, (a volte mi piace mettere in dubbio le
persone sulla mia stabilità mentale.) se stavi scherzando o c'è qualcosa di
vero, eppure reagisci in modo neutro quando pronunci: "lapsus", mentre
sei convinti. Sono avvenuti tali cambiamenti da sconvolgere la mente, qualcosa
di simile a una clonazione che nella sua eccitazione nasconde una verità; siamo
diventati geneticamente troppo suscettibili. Il punto porta dritto alla
disperazione e mentre cerchi di disegnare nel blu, le macchie di sputi di
uccelli chissà come, scivolano nella traslucenza. Cercano qua e là un buon
posto, o meglio, aspettano Samuel Beckett. È il momento in cui ti rannicchi al
riparo dalla tua stessa paura. Altri uccelli, disordinati gregge, prepara una
coreografia, mentre il laraska si siede sull'erba. Bianco e nero, bash i colori
della bandiera dei pirati, e tu cerchi di vedere se c'è una benda sull'occhio,
scodinzola contenta come per dire: "Vedi? non c'è coda senza coda!" Ah!
Lo so, ma intanto attirano la mia attenzione, schierati al riparo, la loro
immobilità mi dà l'impressione di uomini nella stalla, a volte abbassano la
testa come per vedere l'ultimo goccia, intanto sento una "lastra" di
trampoli sulla testa. Oh, maledetto bersaglio! Ho chiamato, ma lui, senza
rompere il silenzio, mi ha risposto:
"Sei fortunato, Godo'! È meglio che tu non sia
venuto!"
"Je me fat Godo'! Më mirë që s'erdhe!"
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